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Opera Nomadi: il Comune vuole disfarsi del problema rom, non risolverlo

Intervista a Maurizio Pagani (Opera Nomadi): "Assurdo trasformare via Idro in un campo di transito. I rom facile capro espiatorio".

14/11/2009

Opera Nomadi è un’associazione che persegue il pieno riconoscimento e la partecipazione attiva delle popolazioni rom e sinti alla vita culturale, sociale e politica. Le attività che svolge riguardano soprattutto l'insediamento abitativo, la scolarizzazione, la salute, il lavoro, i diritti, la mediazione culturale. Nata negli anni ’60,  opera su tutto il territorio nazionale. La sezione di Milano è una delle più importanti e al suo attuale vicepresidente, Maurizio Pagani, Milano Mag ha chiesto un parere sulla vicenda del campo rom di via Idro, che è al centro di numerose polemiche riguardanti la sua possibile chiusura o la sua trasformazione in un grande campo di sosta temporanea.

 

Campo Rom a Milano (Foto: Opera Nomadi Milano)

Come valutate le ipotesi sul campo di via Idro?
Il nostro giudizio è molto critico. Stiamo parlando di un centinaio di persone che sono lì da almeno quarant’anni,  sono una parte, benché totalmente emarginata, di Milano. E’ assurdo chiudere un campo dove si sono fatti anche investimenti in politiche sociali e ancor più trasformarlo in un campo di transito. Un campo di transito da mille posti, queste sono le cifre, è una follia che avrebbe effetti negativi su tutti: rom, operatori sociali, residenti del quartiere.

A dire il vero i residenti del quartiere si lamentano molto già ora.
Inutile negare che nei campi ci siano problemi di devianza e che, date le condizioni in cui si trovano, si crei qualche problema di illegalità. Ma i rom sono un facile capro espiatorio. Non credo, per stare al caso di via Idro, che nella zona di via Padova l’illegalità sia tutta riconducibile al campo rom. La responsabilità penale è personale e va accertata di volta in volta prima di additare qualcuno come colpevole. Ma a parte questo, anche dal punto di vista dell’evidenza sociologica è meno facile di quel che sembra dimostrare un nesso tra illegalità e presenza dei rom.

Vuol dire che le proteste dei residenti non sono giustificate?
Dico che è facile attribuire ogni reato ai rom. Il problema non sono i residenti, ma le autorità che fomentano questo tipo di atteggiamento di colpevolizzazione di un’intera comunità. I reati vanno perseguiti a norma di legge, non adottando politiche discriminatorie su base etnica. La chiusura dei campi è un modo non di risolvere, ma di disfarsi del problema. Del resto l’ipotesi di trasformare via Idro in campo di transito per quasi mille persone è figlia dell’ipotesi di sgombero di altri campi cittadini, come quelli di via Novara, via Triboniano, via Bonfadini.

Non è tenero nei confronti del Comune di Milano.
Le politiche che sta adottando sono oggettivamente discriminatorie. Anzi, quasi illegali. Tra l’altro le decisioni sugli sgomberi e sull’utilizzo dei terreni demaniali sono prese nella più totale mancanza di trasparenza. Non vorrei che dietro ci fossero mire speculative sui terreni, magari in prospettiva dell’Expo 2015.

Matrimonio rom (Foto: Opera Nomadi Milano)

In sostanza, secondo lei Milano ha ormai trasformato un problema sociale in una mera questione di ordine pubblico.
Sì, ma c’è del metodo in tutto ciò. Dietro questo modo di fare ci sono senz’altro le mire elettorali di chi non ha interesse a risolvere, ma a esasperare il problema per vivere di rendita sul tema della sicurezza. E c’è anche un business della sicurezza. Ci saranno dei fondi statali abbastanza consistenti da gestire. Spiace che attori come la Casa della Carità facciano il gioco del Comune, sostenendo il “patto di legalità”, che oltre ad essere un’insensatezza giuridica è il simbolo di una deriva culturale. Del resto se la Casa della Carità di Don Colmegna si presta al gioco delle istituzioni è perché poi si candida a gestire gli interventi sociali.

In che senso giudica il patto di legalità una deriva culturale?
Il patto di legalità da un alto non fa altro che ribadire alcuni obblighi di legge validi erga omnes (come l’obbligo scolastico), dall’altro, a dispetto del nome, è una forma di presidio della legalità imposto unilateralmente dall’esterno, che pone sullo stesso piano gli interventi di solidarietà e legalità Di fatto  introduce un trattamento differenziato per alcune categorie etniche o sociali. Trovo che sia un’aberrazione culturale ancor prima che giuridica.

 

 

Redazione - Milano Mag

 

 

 

 



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