10/04/2010Si dice che non sia facile girare un film a Milano, ma la storia del cinema, da “Peppino, Totò e la Malafemmina” ai più recenti film del trio Aldo, Giovanni e Giacomo, dimostra quanto la città spesso risulti telegenica pur con le trasformazioni che ha subito e che continua a subire. A distanza di pochi giorni, nelle sale italiane escono tre film che rendono in qualche modo omaggio a Milano descrivendone lati diversi, rendendola protagonista o lasciandola più discretamente sullo sfondo.
In “Io sono l’amore”, di Luca Guadagnino, nelle sale dal 19 marzo, già a partire dai titoli di testa si ha subito l’impressione che Milano sia uno dei protagonisti del film. In coda ai nomi degli attori, infatti, compare il testo “MILANO”: più tardi compariranno anche Londra e Sanremo e quindi probabilmente si tratta di una scelta stilistica, peraltro in voga negli ultimi tempi, ma le prime scene fanno apparire la città, immobilizzata dalla magia della neve, come la vera protagonista del film.
Del resto è lo stesso Guadagnino a confermare questa impressione definendo Milano “un personaggio fondamentale”. “Dal punto di vista produttivo”, afferma il regista, “ sarebbe stato conveniente girare a Torino, grazie al sostegno della potente film commission. Ma non sarebbe stata la stessa cosa. Avevo bisogno di quelle scale di grigi che si trovano solo a Milano, la volevo perché è una città simbolo, capitale finanziaria, il nostro ponte sull’Europa. Milano ha una bellezza misteriosa e non è mai decadente”. Un’attenzione all’ambientazione che si riflette nel film. Nello svolgersi della pellicola lo sguardo del regista sui luoghi sembra essere più attento e profondo, rispetto a quello sui personaggi. Gran parte della storia si svolge all’interno di Villa Necchi Campiglio, l’edificio progettato e realizzato dall’architetto milanese Portaluppi negli anni Trenta, recentemente restaurato e aperto al pubblico dal FAI. La villa, che ha conservato tutti gli arredi originali, rivive nelle riprese di Guadagnino attraverso la famiglia Recchi, prototipo della alta borghesia milanese, ricca ma soprattutto raffinata, mai sopra le righe così come la protagonista Emma, impersonata dall’algida Tilda Swinton. Il regista dice di essersi ispirato ai Buddenbrook di Thomas Mann per raccontare la storia della famiglia Recchi che, nel corso di varie generazioni, ha accumulato una notevole fortuna passando dal capitalismo imprenditoriale del patriarca al capitalismo speculativo dell’ultima generazione.
Il film, come il romanzo tedesco, inizia e si conclude con un pranzo di famiglia ed è proprio un pranzo o, per meglio dire, un piatto, a scatenare il primo di una serie di eventi che rompono l’equilibrio dei Recchi. Il film ritrae pertanto una Milano elitaria e, malgrado diverse scene all’aperto, sembra prediligere una dimensione più privatistica. Una dimensione che ben si rispecchia nelle riprese degli interni della villa: magistrali i piani sequenza tra le scale e le stanze. Se il tema dell’alta borghesia milanese e più in generale italiana, diversamente dai propositi del regista, non viene trattato con sufficiente profondità, l’ambientazione in un certo senso compensa la mancanza di contenuti.
A distanza di una settimana dall’uscita di “Io sono l’amore”, Milano viene dipinta da Gabriele Salvatores, in "Happy Family" (nelle sale dal 26 marzo), con tutt’altra tavolozza. Dai grigi di Guadagnino, si passa a colori intensi: il cielo azzurro, le rose gialle, i lampioncini rossi fanno venire in mente gli ultimi film di Almodovar (ma molti critici hanno trovato echi stilistici nel mondo parigino di Amelie, e ancor di più nel bel film di Wes Anderson, “I Tenenbaum”).
Due città diverse, la Milano di Guadagnino e quella di Salvatores, che rispecchiano due storie diverse. La prima dai toni drammatici e cupi, la seconda dai toni leggeri e umoristici. Emblematiche le stagioni che aprono i due film. “Io sono l’amore” si apre con una Milano innevata e silenziosa, “Happy family” invece ha inizio con una giornata estiva e afosa, in cui Ezio (Fabio De Luigi), comincia a scrivere una sceneggiatura: complice il caldo, i personaggi di cui scrive protestano per il ruolo riservato loro nella storia o per conoscerne gli sviluppi, mentre l’autore, in preda al panico, finisce per farsi coinvolgere “pirandellianamente” dall’intreccio.
La Milano di Salvatores è sempre percorsa in bicicletta, con lo sguardo rivolto verso il cielo: è una Milano sorprendentemente bella, vista con gli occhi di un innamorato. In molti non faranno fatica a riconoscere tutti i luoghi percorsi dal protagonista, ma allo stesso tempo stenteranno a riconoscerli per la loro ritrovata bellezza. E’ la Milano che tutti i milanesi desiderano con meno traffico e più piste ciclabili e che solo chi resta in città ad agosto ha il piacere di vedere. In tutto questo si riconosce il sapiente uso della macchina da presa che traduce perfettamente la leggerezza del film. Questa leggerezza è stata ritenuta da alcuni persino eccessiva, ma chi abita a Milano non può che ringraziare Salvatores per aver raccontato la poesia che può ancora vivere in questa città.
Un’altra ancora la Milano raccontata da Silvio Soldini in “Cosa voglio di più” (nelle sale dal 30 aprile), che con “Io sono l’amore” condivide soltanto la presenza nel cast della brava Alba Rohrwacher. Dopo le famiglie altoborghesi di Guadagnino e quelle sregolate di Salvatores, qui si torna ad una realtà più prosaica. Soldini racconta un amore appassionato e clandestino che sconvolge le vite di due trentenni, entrambi rispettivamente impegnati. Ma è una storia possibile, e i protagonisti potrebbero essere una delle migliaia di persone che per lavoro si spostano ogni giorno dalla periferia o dall’hinterland milanese, dove gli affitti sono meno cari, al centro della città. Questa volta Milano non è essa stessa un personaggio della storia, non le si rende omaggio, ma casomai se ne evidenziano i limiti in un momento di crisi, dove la precarietà sconfina dal mondo del lavoro a quello dei sentimenti. I luoghi di Soldini non si riconoscono o, meglio, sono più anonimi. Anche se non sono puro sfondo intercambiabile, poiché le vicende dei protagonisti raccontano anche del non facile contesto in cui vivono. Milano è la metropoli necessaria al racconto di questa storia, è una conseguenza della vita dei personaggi legata al rapporto città-periferia. Senza dubbio qui c’è la Milano più vera o più somigliante alla realtà.
Claudia Sportelli
Vuoi collaborare con MILANOMAG.IT? mandaci un tuo articolo a redazione@milanomag.it e se ritenuto interessante verra' pubblicato
La collaborazione con il portale www.milanomag.it salvo espressa pattuizione contraria e' una collaborazione gratuita.
La collaborazione puo' consistere nell'invio di testi e/o di documentazione di qualsiasi tipo (cronaca, reportage ecc), note, recensioni o di articoli, saggi economici o finanziari. Gli scritti e quant'altro inviato, anche se non pubblicati, non verranno restituiti.