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Milano sull'orlo di un'overdose pubblicitaria

L'inquinamento visivo è giunto ormai al limite della saturazione.

26/09/2008

 

Milano è a rischio di overdose pubblicitaria. Non c’è metro quadro di città che possa dirsi al riparo dall’invasione di manifesti, striscioni, cartelloni, scritte luminose e no. Per quanto raffinate siano le ultime novità di marketing, la soluzione più gettonata sembra sempre quella, abbastanza primitiva, di bombardare la gente di slogan e immagini. I grandi strateghi della promozione commerciale si contendono ogni spazio libero della città. Non solo di Milano, a dire il vero: ormai anche le strade extraurbane sono costellate di cartelloni pubblicitari. Ma la città è ancora peggio. Si è trasformata nell’equivalente urbano di una trasmissione televisiva, interrotta continuamente e improvvisamente da qualche fastidioso “consiglio per gli acquisti”.


Ci sarebbe molto da dire sul ruolo centrale che ha assunto la pubblicità commerciale nella società odierna: di certo sarà la fonte principale per gli storici della cultura che fra duecento anni volessero comprendere quali fossero effettivamente i valori fondanti della nostra civiltà. Ma non vogliamo immalinconirci più del necessario. Ci limitiamo alla mera questione estetica: troppa pubblicità rende brutta la città. Fa anche rima, chissà che non diventi uno slogan contro gli slogan.

 

Poco o nulla si salva: ogni spazio pubblico è assediato. La pubblicità ha conquistato i mezzi pubblici, non solo all’interno ma anche all’esterno. In metropolitana non bastano i cartelloni nelle stazioni, ora c’è anche un’invadente televisione il cui scopo è soprattutto veicolare messaggi pubblicitari. I monumenti storici e i palazzi privati in restauro vengono prontamente avvolti da pubblicità che durano molto più dei cantieri. Esaurito ogni muro disponibile, la città è invasa dai più disparati e spesso antiestetici supporti artificiali. Molte piccole aree verdi ospitano enormi cartelloni invece che alberi o cespugli. Purtroppo siamo così assuefatti all’inquinamento pubblicitario che non ce ne rendiamo quasi più conto. Eppure, nonostante un sovrapporsi di messaggi tale da mandare in tilt qualunque software, nell’hardware delle nostre teste deve esserci ancora spazio sufficiente per immagazzinarne ancora. E’ ovvio che l’invasione pubblicitaria sarà difficile da arginare fintantoché continueremo a dare ascolto a chi ci martella più insistentemente. 


Ma i tempi per una svolta potrebbero essere propizi: si nota un’ insofferenza diffusa verso l’onnipresenza pubblicitaria e l’immane quantità di messaggi commerciali rischia di saturare non solo gli spazi urbani, ma anche le capacità recettive delle persone, risultando alla fine controproducente. A dire il vero stupisce che gli strateghi del settore, di fronte a tanta saturazione, non facciano spontaneamente marcia indietro. In altre città assistiamo già a forme di ribellione verso l’inquinamento visivo e psicologico costituito dalla pubblicità. Ribellione dal basso, con forme di protesta urbana di vario genere, ma anche e soprattutto ribellione dall’alto, con provvedimenti legislativi atti a ridurne la presenza o a limitarne l’impatto. A Milano invece sembra invece che tutto resti al livello di una sotterraneo e forse minoritario senso di fastidio, o peggio di una generale assuefazione al brutto. Ma appena si fa un salto in una qualsiasi città europea, la differenza salta all’occhio.

 



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