Milano, la sterile polemica sulla donna in croceUn caso in cui tutti hanno torto, e in cui il problema della violenza sulle donne resta in secondo piano. 30/11/2008
Se lo scopo era attrarre attenzione, la campagna ha raggiunto il suo obiettivo. La Moratti, già nell'occhio del ciclone per le censure a Sgarbi (culminate nel licenziamento di quest'ultimo) si è defilata. La patata bollente è rimasta nelle mani del povero Cadeo, assessore al Decoro e all'Arredo Urbano.
E' ben vero che chi detiene il potere politico non può permettersi di non decidere, anche di fronte a questioni apparentemente marginali. Ma è ancor più vero che certe espressioni più o meno artistiche sembrano fatte apposta per montare un teatrino che fa il gioco tanto del provocatore quanto dei censori di turno. Le due figure, provocatore e censore, si necessitano a vicenda. Fanno parte del medesimo, prevedibilissimo gioco. Tutti gli assessori e consiglieri comunali che oggi si stracciano le vesti ringraziano in cuor loro il manifesto "blasfemo" per la visibilità che gli offre. Gli autori del manifesto ringraziano i detrattori per il medesimo motivo. Gli uni recitano meccanicamente il ritornello della difesa dei "valori cristiani", gli altri possono recitare la parte dei perseguitati. E' il modello alla Oliviero Toscani, che non a caso è prontamente sceso in campo a dare del "mentecatto" e del "subumano" a chi censura. Si tratta del classico caso in cui hanno tutti ragione, il che equivale a dire che hanno tutti torto. Il problema della violenza sulle donne resta dimenticato e sullo sfondo. Chi invoca censure sbaglia sempre, e in molti casi sarebbe facile smascherare l'opportunismo, quindi l'insicerità, di certi richiami ai valori cristiani. Ciò non toglie che gli autori del manifesto utilizzino il meccanismo della provocazione in modo poco onesto. La parola "provocazione" si presta a molti, troppi equivoci. C'è una provocazione buona e necessaria, quella che fa pensare, che sfida i falsi luoghi comuni e svela verità neascoste. C'è la provocazione che punta al più alto impatto emotivo possibile, che è spesso gratuita e inutile. Questo tipo di provocazione, alla Oliveiro Toscani per intenderci, appartiene alla seconda categoria, ma è sufficientemente furba e sofisticata da passare per la prima.
Il "modello Toscani" finge impegno sociale ma si ferma alla superficie. La sua logica è meramente pubblicitaria. Il suo vero obiettivo è quello della maggiore visibilità possibile. Visibilità anche per cause importanti, come la difesa delle donne o la lotta contro l'anoressia, per carità. Ma la logica è quella pubblicitaria, della reazione emotiva ed epidermica. Che vale per lanciare un detersivo o un auto, molto meno per promuovere una riflessione articolata su un problema delicato e complesso come può essere quello della violenza sulle donne.
Il meccanismo con cui questo tipo di messaggio suscita reazioni è sempre lo stesso a prescindere dal prodotto che intende promuovere: scioccare il pubblico mostrando ciò che il senso comune ritiene osceno o, come nel caso corrente, manipolando simboli in modo provocatorio. Può sembrare un atto coraggioso e controcorrente, ma non lo è. E' anzi un modo facile e poco originale di sfruttare un meccanismo perfettamente oliato. Se dovesse fare una campagna antiabortista, un Oliviero Toscani fotograferebbe feti insanguinati; se dovesse fare una campagna sulla lotta ai tumori, fotograferebbe malati terminali. Anzi no, questo l'ha già fatto: per promuovere i maglioni di Benetton.
Al di là delle facili ironie, la logica dell'immagine prevale sulla sostanza e la morale è triste comunque la si consideri. Ovviamente ora i censori negano di essere tali e i promotori negano che il manifesto possa essere offensivo. La verità è che l'ipersensibilità cattolica ultimamente è alle stelle e che i cani da guardia di tale sensibilità sono poco credibili come difensori dei "valori cristiani". Ma è difficile non sospettare che lo scopo non dichiarato del manifesto fosse quello di far abbaiare tutti il più forte possibile.
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