23/02/2009Expo, nuove metropolitane, grandi grattacieli, quartieri nuovi di zecca, progetti di riqualificazione delle aree dismesse: Milano è un grande cantiere e in vista dell'appuntamento del 2015, fondi governativi permettendo, promette di esserlo ancora di più. E, sullo sfondo, il Piano di Governo del Territorio che vorrebbe riportare in città centinaia di migliaia di abitanti. Ma dietro la grande trasformazione della città c'è un disegno condiviso con i cittadini? C'è una regia unitaria mossa da una visione d'insieme? In che misura la retorica del rilancio e della riqualificazione di Milano si tradurranno realmente in una città più bella e vivibile? Sono interrogativi che emergono sempre più frequentemente e ai quali cerca di dare risposta il libro "Per un´altra città. Riflessioni e proposte sull´urbanistica milanese" che tra pochi giorni sarà in libreria pubblicato dalla casa editrice Maggioli. Ne abbiamo parlato con Gabriele Pasqui, docente Gestione urbana nella facoltà di Architettura del Politecnico di Milano. Il libro raccoglie diciassette saggi di altrettanti esperti che descrivono lo stato dell'arte e mettono a confronto Milano con altre città europee su alcuni temi-chiave come il verde, la mobilità, la casa, l'inquinamento atmosferico. Un confronto dal quale Milano esce piuttosto malconcia.
Partiamo dal titolo, "Per un'altra città": il presupposto è che questa città non va bene?
Il libro parte dalla constatazione che Milano "non funziona". Perlomeno, non funziona come dovrebbe per molti aspetti legati ai trasporti, all'abitazione, alla vivibilità in generale. Ma il libro, oltre a fotografare l'esistente, esprime anche una percezione critica delle mosse fatte dal Comune di Milano in materia di politiche urbanistiche. Abbiamo l'ambizione di contribuire al dibattito sul futuro della città.
A dire il vero un dibattito del genere sembra languire.
Infatti, proprio per questo c'è bisogno di un confronto serio. Il dibattito c'è pure, ma a posteriori. Ci sono le polemiche giornalistiche o le proteste dei vari comitati di quartiere, ma è mancato del tutto il coinvolgimento della cosiddetta cittadinanza attiva.
Qual è la ragione di questo mancato coinvolgimento?
C'è senza dubbio una crisi delle forme tradizionali di rappresentanza, in primis dei partiti, che rende più difficile il dialogo tra le istituzioni e i cittadini. Ma c'è anche una responsabilità precisa del Comune, che ha coinvolto la cittadinanza in modo del tutto insoddisfacente. Non è stata messa in atto nessuna vera strategia di partecipazione cittadina, di concertazione. Ci sono state forme localizzate di mobilitazione dei singoli comitati, in genere reazioni di carattere difensivo contro problemi specifici (aumento del traffico, rumore, disservizi ecc.) che hanno anche dato vita a momenti di discussione con il Comune. Ma non c'è mai stato in alcun modo un confronto sistematico e preventivo sulle scelte di fondo.
Ci sono casi concreti di pianificazione partecipata da cui Milano potrebbe prendere esempio?
Ci sono molte storie di successo, soprattutto in Nord America (molto interessante è il caso di Vancouver in Canada) ma anche in Italia, per esempio a Iesi. Ma ovviamente non ci sono ricette valide per tutti, l'importante è trovare il sistema giusto per coinvolgere la società civile: si va dalle classiche assemblee all'applicazione di raffinate tecniche di visioning, cioè di costruzione di scenari futuri.
La sensazione è proprio che Milano non abbia una visione condivisa di sé e del proprio futuro.
Ed è esattamente questa la ragione per cui è necessario discuterne. E mi lasci aggiungere che è un brutto segno che la città abbia bisogno dell'Expo per immaginare il proprio futuro. Non è normale che abbia bisogno di un evento straordinario per attivare politiche comunque necessarie.
Una domanda cattiva: ma gli architetti e gli urbanisti che criticano le scelte dei politici non sono gli stessi a cui i politici si rivolgono per metterle in pratica?
E' una domanda sensata. Non sempre le due figure coincidono, ma è vero che esiste questa contraddizione. C'è una responsabilità degli urbanisti e degli architetti che talvolta si trasformano da critici in esecutori di ciò che criticavano. Come norma ideale, nel rapporto con il committente pubblico, sarebbe opportuno accettare lavori solo da amministrazioni delle quali si condivide l'impostazione di fondo. Ma capisco bene che la realtà è complessa e non me la sento di tirare la croce addosso a nessuno: del resto un professionista si deve muovere in un'ottica di mercato. Diverso è il ruolo delle università, che possono lavorare e che di fatto lavorano per le pubbliche amministrazioni, ma che dovrebbero farlo in una prospettiva critica, di attenzione all'interesse pubblico. Tuttavia il Comune di Milano ha utilizzato solo una minima parte della mole di informazioni e di analisi delle Università, anzi non nascondo che noi siamo rimasti un po' delusi, ci saremmo aspettati un coinvolgimento molto meno marginale.
Quali sono le principali critiche che muovete all'amministrazione comunale?
Nel libro ci soffermiamo su moltissimi aspetti, dalla scarsità di verde pro capite alle case popolari. Potrei dire che in generale un elemento critico tra i più importanti è proprio l'insufficiente livello di partecipazione cittadina alla pianificazione urbana, se non fosse che in realtà il problema è proprio la mancanza di una vera pianificazione. Non è chiaro quale sia la visione complessiva.
L'assessore Masseroli parla di densificazione della città come strategia di riqualificazione urbana complessiva.
Non credo che ci siano le condizioni oggettive per il ritorno in città delle persone che oggi risiedono nell'hinterland. Naturalmente non posso immaginare che a Milano si smetta del tutto di costruire, ma ci vuole un criterio chiaro di cosa, come e dove costruire. L'esempio dei P.I.I. (Programmi Integrati d'Intervento) dimostra che questo criterio non c'è: si è costruito dovunque ci fosse uno spazio disponibile, senza una logica unitaria. Non solo: la percentuale di edilizia sociale di questi progetti, (sono 147 in tutto, di cui 84 definitivi e 62 avviati) è irrisoria. Si tratta di interventi di taglio molto diverso: alcune aree sono di diversi ettari, altre sono minuscole. E se in alcuni di questi si intravede un modello di urbanizzazione, è un modello deludente. Si pensi ai nuovi quartieri di via Rubattino o di Milano Certosa: grandi agglomerati di condomini, un parco che alla fine risulta essere un giardinetto, nessun negozio e un unico grande supermercato.
Ritiene che l'offerta di edilizia sociale sia inadeguata?
Sì, c'è un deficit ormai storico a Milano sul fronte dell'housing sociale. Con l'aggravante che oggi la domanda abitativa si è ancor più diversificata: ci sono gli studenti fuori sede, che fanno una fatica incredibile a trovare case in affitto a prezzi decenti, ma anche i lavoratori stranieri, le famiglie divise con genitori separati. Per i P.I.I. avviati la quota di residenza è il 70% del totale degli interventi, di cui due terzi a residenza privata, un terzo a convenzionata e solo l'1,4% a residenza sociale (in soli 2 P.I.I.). Va tuttavia ricordato che il Comune ha poi avviato anche una sua specifica iniziativa sulla residenza sociale fuori dai P.I.I.
Cosa ne pensa dei grandi progetti come Santa Giulia?
Tanto questo come gli altri grandi progetti andrebbero giudicati uno per uno. In generale, credo che progetti del genere non si possano collocare al di fuori del contesto di crisi economica che stiamo vivendo. Negli ultimi due anni siamo stati bombardati dalle immagini dei rendering che ci mostravano il nuovo skyline della città e la bellezza dei nuovi quartieri. Più che altro un'operazione di marketing, e per di più azzardata: oggi ci rendiamo conto che forse alcune di queste realtà virtuali sono destinate a restare tali. Il rischio che alcuni dei grandi edifici tanto pubblicizzati non veda nemmeno la luce esiste davvero.
In effetti comprare oggi a più di 8.000 euro al metro quadro non è per tutti i portafogli.
Esatto. Ma c'è anche un altro ordine di considerazioni. Questi progetti privati sono stati "venduti" alla città come il modo per dare alla città qualcosa che le mancava. La realtà dei fatti dimostra che non ha funzionato: alcune società immobiliari sono sull'orlo del fallimento, i cantieri sono fermi e alcuni progetti importanti non verranno mai attuati. Affidarsi alla logica del mercato non funziona, i privati non sono in grado di dare alla città le cose di cui essa ha bisogno. Basti pensare alla fine che ha fatto uno degli edifici pubblici più interessanti, la Biblioteca Europea nell'area di Porta Vittoria.
E del progetto CityLife cosa ne pensa? E' d'accordo con il ricorso dell'Ordine degli Architetti contro il museo di Libeskind?
Non entro nel merito delle questioni estetiche, anche se per quanto riguarda il museo posso dire a titolo personale che non mi piace molto. Non credo molto, se devo essere sincero, nell'utilità degli ordini professionali, ma capisco il senso del ricorso. Mi pare in ogni caso che non si tratti del problema centrale: il fatto è che, nel suo complesso, CityLife è un progetto di una densità spaventosa. Non sarà semplice gestire l'impatto di un intervento del genere sul tessuto urbano preesistente.
Insomma, non è tenero con il Comune.
Se è per questo anche le recenti modifiche alla Legge Urbanistica della Regione Lombardia vanno in una direzione che non ci pare quella giusta.
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