18/03/2009Mario Agostinelli è oggi consigliere Regionale e capogruppo, come indipendente, nelle liste del PRC. Ma come ex segretario generale della CGIL Lombardia, che ha guidato per sette anni, è anche e soprattutto un esperto titolato a parlare di crisi economica e finanziaria.
"La crisi è reale ed è pesantissima- dice Agostinelli - Per mestiere mi sono più volte occupato di gestire crisi occupazionali e posso dire che questa è di gran lunga la più grave dal 1975 in poi. Ricordo la pesante crisi del settore tessile, che fu però crisi con ristrutturazione. Oggi c'è crisi senza ristrutturazione, che vuol dire crisi con scomparsa di intere unità produttive".
Per Agostinelli quella che sta attraversando la Lombardia è una crisi che viene da lontano ed è prima di tutto, una crisi industriale. "C'è una fortissima responsabilità della Regione nella crisi che stiamo attraversando: la deindustrializzazione della Lombardia non comincia oggi e la crisi di oggi non è immediatamente collegata a quella finanziaria che arriva dagli Stati Uniti. Il fatto che a ciò si aggiunga la crisi finanziaria e la stretta creditizia contribuisce solo a rendere ancora più drammatico il quadro".
In cosa consisterebbe la responsabilità della Regione?
Le giunte di Formigoni non hanno mai avuto una cultura industriale, che è un peccato mortale in una regione come la Lombardia. La politica industriale non è mai stata una priorità di Formigoni, e ora il panorama è desolante: la Lombardia è un mosaico di aree dismesse in cui al posto delle fabbriche, quando va bene, sono comparsi i centri commerciali".
La congiuntura globale avrà avuto un suo ruolo. Non vorrà fare a Formigoni una colpa della concorrenza cinese.
No di certo. Ma la mancanza di una politica industriale è la causa di un deficit molto grave nella predisposizione di contromisure.
Cosa avrebbe dovuto fare, secondo lei?
Sono tante le occasioni mancate. La più eclatante è probabilmente la mancata riconversione della Maserati-Alfa Romeo di Arese. C'era un'area di due milioni di metri quadri da riconvertire in un centro europeo per l'auto ecologica. Erano disponibili ben 2,4 miliardi di fondi europei. Non se n'è fatto niente, disperdendo tra l'altro un know-how notevolissimo. Uno dei maggiori punti di forza della Lombardia era l'altissimo tasso di manodopera qualificata: oggi tutto questo si va perdendo. Un'altra occasione mancata (a dire il vero non solo a livello regionale) sarà il mancato investimento nel lancio delle energie rinnovabili. Non si può star fuori dalle energie rinnovabili. Obama ne ha fatto una leva per il rilancio economico e noi puntiamo ancora sul nucleare?
A proposito di aree dismesse, qual'è la sua opinione sul caso Innse?
Si tratta di un'altro esempio di colpevole disinteresse verso la deindustrializzazione. Che ci siano interessi affinché l'area diventi edificabile mi pare del tutto evidente. La vicenda dimostra una grande miopia strategica. Di fatto, un'entità puramente finanziaria, una società immobiliare sull'orlo del fallimento, rischia di causare la chiusura di una fabbrica che invece funziona e produce. E' un paradosso sconcertante: gli operai della Innse vogliono soltanto lavorare e logiche del tutto perverse impediscono loro di farlo. Come dirigente sindacale ho avuto modo di girare un po' il mondo e le posso dire che i macchinari della Innse erano conosciuti dappertutto come prodotti di eccellenza, nei cantieri di San Pietroburgo come nella fabbriche della Peugeot. Che si possa rinunciare a un patrimonio industriale del genere, per di più in un momento di crisi come questo, è del tutto irragionevole.
Cosa può fare la politica?
Come minimo dimostrare solidarietà ai lavoratori. La Provincia si sta dando da fare per risolvere la situazione, e devo dire che anche la Regione ha finalmente cominciato a muoversi. Chi è colpevolmente silenzioso e assente è il Comune di Milano. Ma anche Confindustria e Assolombarda sono silenziose e assenti.
A parte le responsabilità politiche, non le sembra strano che una di una vicenda del genere si sia parlato così poco in città?
Ha perfettamente ragione, ci sono cinquanta operai senza stipendio da settembre scorso, accampati da mesi davanti alla fabbrica per impedirne la dismissione degli impianti e la città di Milano sembra quasi non accorgersene. E' davvero molto triste, non mi riconosco più in questa società così distratta e insensibile.
Tornando alla crisi, qual è la ricetta che lei suggerisce alla Regione Lombardia?
Sostenere il credito alle piccole e medie imprese è giusto ma non basta. Regione Lombardia spreca un sacco di soldi in misure tampone di scarsa utilità. Io sono convinto che invece si debbano realizzare, anche utilizzando risorse del Fondo Sociale Europeo, pochi grandi progetti industriali sotto una regia pubblica, coinvolgendo imprese e università. Inoltre, si dovrebbero spostare risorse dalle famiglie al lavoro.
E' d'attualità la questione sicurezza. Si discute molto di ronde, di medici invitati a denunciare i clandestini. Che rapporto ha la crisi con tutto questo?
Le ronde sono il sintomo di un pericoloso senso di sfiducia verso lo stato. Non credo che siano solo un innocuo fatto folkloristico (a Varese vi hanno partecipato dei pregiudicati), però è anche vero che la campagna mediatica contro gli extracomunitari ha come primo risultato concreto quello di mantenere in uno stato di incertezza dei propri diritti il lavoratore straniero. Una campagna che oltre fornire un ottimo capro espiatorio ai politici è oggettivamente funzionale non all'espulsione effettiva dei clandestini, quanto piuttosto a conservare a un serbatoio di manodopera a basso costo, senza potere contrattuale, il più possibile impaurito. Il sistema economico non può fare a meno della manodopera straniera, a cominciare quella irregolare e sottopagata, ma proprio per questo gli fa comodo che sia in un costante stato di incertezza e quindi che le arrivino continuamente messaggi minacciosi dalla società e dalle istituzioni. Non parlo in astratto: nel settore edilizio, pesantemente in crisi, i dati che provengono dagli operatori hanno registrato un 25% circa in meno di lavoratori extracomunitari che si rivolgono alle strutture di assistenza. Segno evidente che l'intimidazione verso gli stranieri funziona.
I lavoratori stranieri pagano dunque più fortemente la crisi?
Gli effetti del martellamento mediatico sono perversi. Da un lato alimenta conflitti tra i soggetti più deboli, in quanto tra i lavoratori regolari rischiano di essere privilegiati, paradossalmente, quelli stranieri, meno sindacalizzati e percepiti come meno problematici perché non rivendicano diritti. Dall'altro c'è un gran numero di lavoratori irregolari che pagano pesantemente la crisi trovandosi sulla strada da un giorno all'altro e senza la minima forma di protezione sociale, con il rischio evidente di essere costretti a delinquere. In entrambi i casi una delle conseguenze è una qualche forma di criminalizzazione dello straniero, che non fa altro che alimentare il circolo vizioso.
A proposito di sicurezza. Cosa ne pensa del finanziamento delle ronde da parte della Provincia di Milano?
E' una vergogna. Lo scriva pure, trovo che quella di Penati sia una vera e propria porcheria elettorale.
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