La crisi non ferma l'immigrazioneSecondo il 20° Dossier immigrazione della Caritas ambrosiana, la crisi non ha fermato l'immigrazione. Quasi un milione di immigrati in Lombardia. 18/10/2010
Dai dati lombardi del XX Dossier Immigrazione 2010 emerge che la perdita del lavoro non ha spinto gli stranieri a tornare nei Paesi di origine. «L’immigrazione zero è una chimera fino a quando rimarranno le condizioni attuali – ha osservato il direttore don Davanzo – Piuttosto pensiamo a quale modello d’integrazione attuare facendo tesoro dei limiti sperimentati da altri Paesi»
La crisi ha colpito duramente gli stranieri e gli italiani. Ma, al momento, non ha spinto gli immigrati a ritornare nei loro paesi di origine. È quello che emerge dall’analisi dei dati lombardi del Dossier Statistico immigrazione 2010, presentato oggi all’auditorium San Fedele di Milano. Se è vero, infatti, che in Lombardia (dove si concentra il 19% della forza lavoro straniera) si è registrata per la prima volta una riduzione degli occupati nati all’estero (- 4583 unità pari 0,8%), l’incidenza d’immigrati tra gli occupati non solo non diminuisce ma aumenta, seppure di poco ( +0,2% passando dal 15,7% nel 2008 al 15,9% nel 2009). Ugualmente ambigua la situazione tra i nuovi assunti. Nel 2009 hanno trovato lavoro 52.836 immigrati, 13.689 in meno (parti al 26%), rispetto all’anno precedente. Tuttavia sul totale dei nuovi impiegati, la quota di lavoratori stranieri aumenta (+ 4,2%, passando dal 35,7% al 39,9%). Secondo i ricercatori questi dati dicono soltanto che la crisi economica ha colpito sia gli italiani sia gli stranieri, ma non autorizzano a ritenere che si stia verificando un’inversione di tendenza nei flussi migratori.
«Gli stranieri che hanno perso il posto di lavoro in questi mesi – ha spiegato Luciano Gualzetti, vicedirettore di Caritas Ambrosiana – hanno trovato impieghi più precari, peggio retribuiti e spesso in nero. La stragrande maggioranza non hanno fatto fagotto. Sono rimasti qui in attesa di tempi migliori. Come, d’altra parte ci si poteva aspettare, dal momento che non avrebbero trovato maggiori chance nei loro paesi di origine che non sono stati certo risparmiati dalla crisi globale. Solo una piccola percentuale ha ritenuto di tornare al proprio paese per le difficoltà non solo economiche ma anche di integrazione sociale. La crisi, da quello che ci risulta al momento, più che fermare l’immigrazione, ha semplicemente peggiorato le condizioni di lavoro. E in questa situazione gli immigrati sono risultati addirittura più flessibili e capaci di adattarsi alla nuova situazione».
«Il sogno di un’immigrazione zero che qualcuno insegue è una pura chimera, fintanto che rimarranno le condizioni attuali: lo squilibrio della ricchezza tra Nord e Sud del mondo, il differenziale demografico tra le aree più benestanti che sono quelle con i tassi di natalità inferiori e le aree più povere che invece sono anche le più prolifiche – ha commentato don Roberto Davanzo, direttore di Caritas Ambrosiana -. Piuttosto, è venuto il tempo che in Italia si ragioni seriamente su che tipo di integrazione vogliamo perseguire, facendo tesoro dei limiti dei modelli fino ad ora sperimentati: il modello assimilazionista alla francese e quello multiculturale di stampo anglosassone, entrambi sotto certi punti di vista insoddisfacenti. La via maestra, più impegnativa ma forse la sola possibile, passa da una visione dinamica della nostra identità e da una disponibilità reciproca alla contaminazione, ma a partire da un minimo sindacale di riferimenti valoriali rappresentato in Italia dal dettato costituzionale e in Europa dalla “Carta dei diritti”».
fonte: Caritas Ambrosiana
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