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La Casa della Carità: Milano non può fingere di non vedere le sue favelas.

Intervista a don Massimo Mapelli. "Via Idro, no al campo di transito ma è giusto intervenire".

16/11/2009

A proposito dei possibili interventi sul campo rom di via Idro, Milano Mag ha intervistato nei giorni scorsi Maurizio Pagani di Opera Nomadi, molto critico con la politica del Comune di Milano nei confronti dei rom, ma anche della Casa della Carità (diretta da don Virginio Colmegna, ex direttore della Caritas ambrosiana) che a suo dire sarebbe troppo accondiscendente con tali politiche. Sul medesimo tema Milano Mag pubblica oggi un'intervista a don Massimo Mapelli, responsabile dell settore più operativo della Casa della Carità, quello denominato "accoglienza e ospitalità". Don Mapelli dice la sua su via Idro e descrive il suo punto di vista sul "problema rom" a Milano, esprimendo una posizione critica ma difendendo tanto il "patto di legalità" quanto la scelta di cooperare attivamente con il Comune di Milano nella gestione degli interventi sociali.

 

Cosa può dirci a proposito di via Idro, quale fine farà il campo?

Non lo so, posso dire che la prima ipotesi annunciata dal Comune, quella di un campo di transito da più di 800 posti, è sembrata anche a noi  senza senso e credo che non verrà percorsa. Può darsi che occorra effettivamente un "polmone" per gestire situazioni temporanee, ma non di queste dimensioni. Ne abbiamo discusso anche in Consiglio di Zona 2, ma di certo i campi di transito devono esserlo di nome e di fatto, cioè debbono essere un momento di un percorso che porti definitivamente fuori i rom dai campi. Una volta rifiutata l'ipotesi del campo di transito, infatti, dobbiamo anche dirci che pure lasciare il campo di via Idro così com'è non ha senso. Si tratta di un vero e proprio ghetto.

 

don Massimo MapelliQuali soluzioni propone?
Non ho ricette in tasca, ma ho in mente l'esperienza di alcune famiglie con le quali, come Casa della Carità, abbiamo costruito percorsi di autonomia e che adesso hanno casa e lavoro. Nei campi come via Idro ci sono situazioni di disagio e di emarginazione di diverso tipo, che vanno affrontate caso per caso, ma il buon esito di certe esperienze ci induce a pensare che andrebbero replicate. Parte delle risorse previste dal decreto Maroni destinate a Milano per la sicurezza potrebbero essere utilizzate per interventi sociali che aiutino alcune famiglie ad attuare percorsi di autonomia.

 

Questo ci porta alle accuse di Opera Nomadi di Milano, secondo cui Casa della Carità si pone come interlocutore privilegiato di un Comune che adotta politiche discriminatorie contro i rom, per poi candidarsi a gestire le risorse dedicate al sociale.
Conosco questa obiezione, ma un conto è criticare osservando la partita da bordo campo, un conto è mettersi a correre e giocarla. Ciò detto, è proprio Opera Nomadi che ha gestito per vent'anni i campi rom a Milano, e se la situazione è questa vuol dire che qualcosa non ha funzionato. Il responsabile, Maurizio Pagani, si è occupato per vent'anni di rom, tra l'altro nella doppia veste di direttore di Opera Nomadi e di funzionario dell'Ufficio Nomadi di Milano, quindi non è credibile che se ne venga fuori con certe accuse, tanto più che la Casa della Carità esiste solo dal 2002 e che da ancor meno tempo si occupa attivamente di rom.

 

Più che altro Pagani vi rimprovera di aver avallato il "Patto di legalità", che non ha alcun valore giuridico e che tradirebbe l'atteggiamento reale del Comune sui rom, percepiti esclusivamente come un problema di ordine pubblico.
L'idea del patto di legalità deriva dal cosiddetto "patto di legalità e di socialità", cioè da un accordo stipulato dalla Casa della Carità con le persone accolte negli anni scorsi presso di noi, il cui senso era che investendo nel sociale si ottengono risultati anche sotto il profilo della legalità. E' vero che quando il Comune lo ha fatto proprio ha messo l'accento sulla legalità, ma la nostra filosofia resta la stessa. E' anche vero che il patto di legalità non ha alcun valore legale, visto che ribadisce alcuni obblighi di legge che hanno tutti, come quello di mandare i figli a scuola: ma il problema è che i rom i figli a scuola non ce li mandano e anche un accordo simbolico può essere utile. Non si può fingere che il problema sociale non sia legato a quello di legalità, e viceversa: può un istituzione mettere a disposizione dei terreni per dei campi rom, spendendo anche dei soldi, e chiudere gli occhi su quello che succede nei campi? I bambini rom a scuola non ci vanno: dunque? Ne prendiamo atto o proviamo a pretendere che ci vadano?

 

Secondo lei, certi comportamenti sono dovuti allo stato di emarginazione in cui vengono lasciati i rom o a una loro irriducibilità al nostro sistema sociale?
L'emarginazione non è mai voluta. Se la prospettiva di un rom è quella di restare tutta la vita nei campi, l'andare a scuola difficilmente sarà percepito come una cosa utile. E' anche vero che hanno il loro peso certe consuetudini culturali: le donne si sposano a quattordici anni e, spesso senza vivere minimamente la propria adolescenza, diventano madri in età giovanissima. In un contesto del genere quale incentivo esiste ad  andare a scuola? Il caso dei rom è particolarmente difficile, perché alla distanza, anche discriminatoria, che noi poniamo verso di loro si aggiunge il confine che essi marcano tra il loro mondo, rom o sinti, e il nostro, quello che loro chiamano "gagé".

 

Qual è la situazione dei campi rom oggi a Milano?
Al momento esistono in città 12 campi nomadi regolari, in cui vivono approssimativamente 1400 persone. Regolari significa che sono regolarmente registrati nel campo e vi risiedono legittimamente, non che siano esenti da problemi di disagio sociale o peggio. Poi c'è un numero indefinito di campi abusivi, come quelli di Rogoredo o di via Rubattino, in genere in aree degradate o dismesse.Campo rom

 

Esistono in questi campi dei rappresentanti della

comunità rom?
No, nel senso che nel dialogo con le istituzioni un rom rappresenta tutt'al più la propria famiglia. La realtà rom è molto frammentata e la questione della rappresentatività è un aspetto su cui bisogna lavorare ancora molto. In via Triboniano, per esempio, abbiamo fatto l'esperimento di far eleggere un portavoce per ciascuna delle quattro aree in cui è diviso il campo. Non è stato semplice convincerli a votare, e dopo qualche giorno gli eletti erano già stati disconosciuti. Il tema della rappresentanza rappresenta  una sfida su cui crescere.

 

Parliamo di campi nomadi, in verità i rom sono stanziali, è esatto?
Sì. La stragrande maggioranza dei rom non è affatto nomade. In molti casi si tratta di persone di cittadinanza italiana. Quelli di via Idro, per fare un esempio, sono lì da almeno vent'anni e a Milano da quaranta o cinquant'anni. Il problema è che continuano a vivere in posti molto simili a dei ghetti.

 

Esiste una correlazione tra il problema rom e un deficit di edilizia sociale?

Non più di tanto. I rom esprimono l'esigenza di alloggi normali e decorosi, ma non è automatico che il loro destino sia finire in case popolari. Le famiglie che nel 2005 abbiamo accompagnato in un percorso di emancipazione sociale ed economica oggi non alloggiano in case popolari. Ciò non toglie che a Milano esista un forte problema di accesso alla casa, ma riguarda tutte le fasce deboli. Per esempio ci sarebbe necessità di un'agenzia per la casa che aiuti il singolo a muoversi nel mercato.

 

Non si può negare però che i rom rappresentino una fascia debole.
Certo, ma va evitato il rischio di riproporre in verticale la ghettizzazione dei campi rom. Ci sono comunque soluzioni interessanti sperimentate in altre città, come Bergamo o Bologna, dove sono stati chiusi alcuni campi e ad alcune famiglie rom sono state assegnate delle case in cui, per i primi tre anni, pagano il 50% dell'affitto e l'altro 50% è pagato dal comune. Una cooperativa gestisce gli appartamenti e si è visto che al comune costa meno questa soluzione che la gestione dei campi rom.

 

Può essere una soluzione anche per Milano?
Non so se sia applicabile anche da noi, ma se ne può discutere. Anzi se ne deve discutere: perché bisogna essere consapevoli che questa è una città con delle favelas. Sono tante le città nel mondo ai cui margini sono cresciute delle favelas. E' un modello anche quello, ma vogliamo almeno discuterne, senza far finta che non esistano? Vogliamo lasciarle crescere o vogliamo immaginare un percorso diverso per la città? Quel che è sicuro è che non possiamo andare avanti a colpi di sgomberi. Gli sgomberi spostano il problema, non lo risolvono.

 

Controlli in un campo rom

Bisogna anche confrontarsi con la sistematica ostilità dei residenti ogni volta che si parla di rom.
Be', le favelas sono brutte. E vivere accanto a una favela è brutto, non c'è dubbio. Ed è comprensibile che di fronte a certi episodi di illegalità venga espresso un rifiuto. Ma ci sono anche gli interessi politici di chi soffia sul fuoco invece di contribuire seriamente a un tentativo di accoglienza e di integrazione. La politica dello sgombero non fornisce un'alternativa al modello della baraccopoli, ma la sposta da un quartiere all'altro, e proprio per questo è dannosa per tutti, tranne che per quei politici che campano sulle paure diffuse. Costoro tendono sempre a drammatizzare, esagerando anche le dimensioni del "problema rom", quando in realtà abbiamo a che fare con numeri molto bassi (i rom rappresentano lo 0,5% della popolazione)  che permetterebbero, grazie a un po' di buona volontà da parte del Comune e a un dispendio di risorse limitato, di affrontarlo in modo produttivo.

 

 

 

Redazione - Milano Mag



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marta66 - 17/11/2009 10:19:09
il campo rom di triboniano è costato 400mila euro, tanto vero? più o meno come lo stipendio annuo di un superconsulente del comune!
 

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