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Innse-Presse, una storia dimenticata

Ai confini della città continua da otto mesi la drammatica vicenda degli operai della INNSE. La soluzione della vertenza sempre rimandata.

01/01/2009

Milano, via Rubattino 81. Oggi c’è nebbia, un cielo grigio cupo, fa  freddo. Il traffico di camion che entrano ed escono dalla tangenziale è il rumore di fondo. Qui finisce la città e inizia il deserto industriale della ex-Innocenti , dove un tempo si producevano gli omonimi tubi, la Mini e la mitica Lambretta, che prendeva il nome dal Lambro , il fiume che scorre nella zona in cui sorgevano gli stabilimenti. Oggi, a parte la desolazione delle immense fabbriche diroccate, non c’è più nulla. O quasi. Qualcosa, anzi qualcuno, resiste. Un fuoco acceso in un bidone, quattro bandiere rosse un po’ sdrucite, un tazebao pieno di volantini, una grande scritta sul muro che recita “ giù le mani dalla INNSE” sono gli unici segni visibili di questa resistenza. Ma dietro c’è molto di più. Da otto mesi si consuma a Milano, nella quasi indifferenza di una città sempre più apatica e distratta, una storia di lotta operaia che sembra appartenere a tempi andati. In via Rubattino 81 c’è l’ingresso della INNSE –Presse, storica officina di Lambrate, famosa per la meccanica pesante e montaggi di presse e laminatoi. Accampati nella portineria, 49 dipendenti, la maggior parte dei quali operai, presidiano l’ingresso dal 17 settembre 2008. Erano cinquanta fino a luglio, quando un infarto ha stroncato il “caro compagno Giuseppe”, come recita il comunicato sindacale. Lo presidiano giorno e notte, ininterrottamente. Da sette mesi sono senza stipendio.

 

Tutto comincia il 31 maggio dello scorso anno, quando i dipendenti della INNSE ricevono, come un fulmine a ciel sereno, un telegramma dell’azienda che li mette in mobilità. Ma i dipendenti non ci stanno. Proclamano un’assemblea permanente, eludono la sorveglianza dei vigilantes e occupano lo stabilimento. Tre giorni dopo decidono di continuare a lavorare in maniera autogestita, nonostante il padrone dichiari di voler chiudere l’azienda. Il “padrone”, come lo chiamano qui con un tono che non lascia dubbi su cosa pensino di lui, è Silvano Genta, commerciante di rottami di Torino che ha acquistato solo due anni prima la INNSE dall’amministrazione controllata grazie ai notevoli sgravi concessi dalla legge Prodi. L’attuale INNSE-Presse, venduta dalla famiglia Innocenti all’IRI nei primi anni ’70, è l’unica sopravvissuta dell’enorme complesso industriale Innocenti al confine tra Milano e Segrate. Dopo alcuni passaggi di mano, è finita in amministrazione controllata a causa del fallimento del penultimo proprietario, la Manzoni Group, la cui holding, sostengono i dipendenti, aveva scaricato tutti i debiti del gruppo sulla INNSE. Ma la INNSE, dicono, è sempre stata un’azienda sana, che produce e che ha commesse e clienti. Genta la acquisisce per 700mila euro. Una cifra irrisoria, non fosse che per il valore dei macchinari, alcuni dei quali veri e propri pezzi unici in Europa. Eppure dopo soli due anni, invece di un rilancio, ecco l’inopinata chiusura. Nei tre mesi tra giugno e agosto,  i lavoratori autogestiscono la INNSE e fatturano più di 170mila euro nonostante il lavoro sia ridotto al minimo. Non è un’occupazione, ma un’autogestione: tutti i soldi guadagnati in questo periodo vengono versati nelle casse dell’azienda, cioè di Genta. Ma alla fine di agosto Genta chiude la procedura di mobilità e licenzia tutti. A nulla servono gli incontri con la Regione Lombardia e col Ministero dello Sviluppo Economico. A nulla serve l’apparizione di un potenziale acquirente, la ORMIS di Brescia. Anzi: a settembre l’azienda non paga il preavviso, previsto nella lettera di licenziamento.

 

I dipendenti INSSE sono ormai senza lavoro e senza soldi. Eppure continuano a lavorare anche se licenziati. Ma il 17 settembre all’alba (sono le 5.30 del mattino) la fabbrica è messa sotto sequestro su richiesta di Genta. La forza pubblica entra in fabbrica e mette alla porta gli operai. Nessuno però sembra aver fatto i conti con la tenacia di questo pugno di lavoratori, metalmeccanici duri e puri, tra i quali però ci sono anche impiegati e quadri, non solo operai. I dipendenti della INNSE non si danno per vinti e si dicono disposti a difendere l’azienda contro tutto e contro tutti. Anche contro lo stesso proprietario, che loro considerano tale solo di nome. In fondo Genta non è mai stato un industriale del settore, ma un commerciante. Sono convinti che abbia acquistato solo per speculare sul valore dei macchinari. Il loro valore a peso di rottame ammonterebbe a quasi dieci volte tanto la cifra sborsata da Genta; venduti ancora funzionanti potrebbero valere diversi milioni di euro. Chiusa l’azienda, ora è libero di venderli a chiunque. Ma loro sono risoluti ad impedirlo. Il giorno stesso si installano presso la portineria dello stabilimento, decisi a bloccare ogni tentativo di smantellare gli impianti. Genta ci ha buttato fuori, ma non faremo entrare Genta, dicono.

 

Da allora vivono lì, giorno e notte, dandosi i turni per non lasciare mai sguarnito l’ingresso. Finora hanno incassato la solidarietà formale di molti, ma l’aiuto concreto di pochi. C’è chi porta derrate alimentari, chi legna da ardere, chi versa qualche aiuto su un conto corrente appositamente aperto. E’ un supporto importante, che li aiuta resistere nelle difficili condizioni economiche in cui si trovano, ma che lascia irrisolto il nodo principale. Le istituzioni si dicono disposte a una mediazione, ma finora hanno potuto poco: benché abbia comprato grazie alle agevolazioni, Genta è a tutti gli effetti il titolare dell’azienda e non si può obbligarlo a riprendere la produzione o a cederla, nonostanti le espressioni di interesse della Ormis, impresa metalmeccanica con un curriculum perfetto che, come ha dichiarato lo stesso presidente della Provincia, Filippo Penati, “permetterebbe non solo la continuità produttiva e di lavoro ma addirittura un futuro ampliamento dell’attività e dell’organico”.

 

Resta poi da capire se la decisione di Genta si chiudere sia stata esclusivamente personale o se, come molti hanno insinuato, si iscriva in un disegno più ampio. Gli stabilimenti della INNSE si trovano su un terreno di proprietà della Aedes, società immobiliare quotata in borsa e controllata dalla famiglia Castelli (vi ha una piccola partecipazione anche la Fininvest di Berlusconi), che presumibilmente ha delle mire ben precise sull’area in questione. In verità la Aedes si trova oggi sull’orlo del collasso finanziario: reduce nel 2008 da un crollo verticale in borsa, si trova esposta verso le banche per una cifra che oscilla, a seconda dei calcoli, tra gli 800 e i 1200 milioni di euro. Ciò non toglie che Aedes stia costruendo complessi residenziali e commerciali proprio a ridosso della ex-Innocenti: sono quindi comprensibili certi sospetti, anche se non provati (la posizione ufficiale di Aedes è che la vicenda INNSE sia una vertenza puramente industriale in cui l’immobiliare fa esclusivamente da spettatrice). La futura destinazione dell’area chiama in causa, tra l’altro, l’assessore allo sviluppo urbano di Milano Carlo Masseroli che nel recentissimo passato si è tirato addosso l’etichetta di cementificatore con la sua proposta di raddoppiare l’indice di edificabilità.

 

Senza dubbio la vicenda della INNSE mette a nudo una volta di più le contraddizioni di una Milano che, per usare le parole di Onorio Rosati, leader della CGIL cittadina,  rischia la “desertificazione industriale”. I dipendenti nei loro comunicati si chiedono se la politica industriale sia una variabile dipendente dagli interessi dei palazzinari e hanno buon gioco nel denunciare il silenzio di Confindustria sulla vicenda. Spesso la deindustrializzazione o la delocalizzazione produttiva sono viste come un destino ineluttabile, eppure è sorprendente quanto poco dibattito susciti il caso di un gruppo di operai che vuole soltanto lavorare, e ai quali ciò è impedito con la forza. Nonostante ci siano le condizioni oggettive perché la loro azienda funzioni regolarmente. Per ora tutta la situazione si evolve con la lentezza di una partita a scacchi. L’unica certezza in tutta questa storia è l’unità dei lavoratori della INNSE e la loro assoluta volontà continuare ad oltranza a difendere l’azienda da una fine prematura e incomprensibile.



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dan orlando - 07/08/2009 20:58:11
Sono diversi giorni che i media parlano della lotta degli operai della INNSE, ma senza una intervista a queste persone; senza dar loro modo di spiegare COSA REALMENTE stanno difendendo: il loro e il nosro futuro. Grazie.
 
Andrea Toselli - 05/02/2009 11:45:39
Incredibile e inaccettabile. Siete tra i pochi che tenete i riflettori accesi su questa storia, non spegneteli.
 

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