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Fidanza: nelle moschee prediche in italiano e responsabili certi.

Intervista al vicecapogruppo del Pdl sulla questione della moschea a Milano: "tre o quattro piccoli luoghi di culto lontani dai centri abitati".

23/11/2009

La questione moschea continua a rappresentare una patata bollente per la Giunta Moratti. Da un lato l'opposizione accusa il sindaco di immobilismo a causa del ping-pong istituzionale con il ministro Maroni che ha lasciato la situazione in stallo, dall'altro la Lega Nord insiste con una linea intransigente (no assoluto a qualsiasi ipotesi di moschee a Milano) che mette in difficoltà i suoi stessi alleati che esprimono posizioni più realiste. Di recente, sulla questione moschea il ministro La Russa ha anche diplomaticamente richiamato all'ordine i leghisti milanesi («sui grandi temi occorre inquadramento, non si può essere sganciati dalla maggioranza ma assumersi oneri e onori» aveva ricordato, aggiungendo che «sulle moschee la linea è di sinergia col ministro dell’Interno e quindi anche della Lega». In quella circostanza il vicecapogruppo del Pdl in Comune, Carlo Fidanza, aveva parlato di "paletti" che avrebbero «messo un freno al proliferare di piccole moschee nei garage dei nostri condomini». Milano Mag gli ha posto alcune domande in merito.
             

Questione moschea: tante piccole o una grande?
La soluzione giusta non è una grande moschea, ma tre o quattro piccoli luoghi di culto. Questi spazi saranno sottoposti a una serie di regole:  il Comune non dovrà metterci una lira, dovranno essere le comunità islamiche a cercare il posto adatto e metterci i soldi e, infine, le strutture dovranno essere lontane dai centri abitati.  Inoltre aspettiamo una legge nazionale, che regoli quanto avviene dentro le moschee, che sono anche luoghi di aggregazione politici: dall’albo degli imam alle prediche in italiano.

 

Non trova però che un atteggiamento sospettoso e in alcuni casi fobico verso l’islam possa essere controproducente?
Non dobbiamo alimentare uno scontro di civiltà ma dobbiamo essere inflessibili nell’affermare ogni giorno le nostre radici culturali e le regole che normano la nostra convivenza civile. Dobbiamo lanciare ponti a quelle migliaia di musulmani che non sono organizzati politicamente e che devono integrarsi pienamente per realizzare un Islam italiano.

 

Ma è normale che la questione della libertà di culto sia trattata come una questione di pubblica sicurezza? Fino a che punto, date le leggi vigenti, è ammissibile un discrimine politico tra islam "buono" e uno "cattivo"?
A Milano non esiste un problema di libertà di culto, né per gli islamici (in diverse migliaia pregano ogni venerdi  in strutture pubbliche e private) né tantomeno per le altre confessioni. E’ esistito invece un problema di ordine pubblico causato dalla comunità di viale Jenner per troppi anni e non dimentichiamo che in quella stessa sede abbiamo avuto anche problemi più gravi di sicurezza e di infiltrazioni di cellule terroristiche. Sta alle istituzioni creare una cornice di regole che impongano alle comunità islamiche, differenziate e divisissime tra loro, modalità di comportamento chiare e trasparenti: sermoni in italiano, rispetto delle nostre norme e tradizioni, finanziamenti puliti, individuazione di responsabili certi. Chi rispetterà queste regole sarà l’islam buono, gli altri inevitabilmente saranno quello cattivo.



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freak - 24/11/2009 17:54:56
veramente tollerante! questa clausola della lontananza dai centri abitati non solo è ignobile e razzista (fa così schifo avere una moschea vicino a casa??) ma è un trucco che impedirà di aprire una moschea a milano, visto che di zone non abitate non ce ne sono più. vergogna vergogna vergogna
 

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