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Fabio Treves: amo Milano, nonostante tutto

Intervista al "Puma di Lambrate". Il più noto bluesman italiano racconta la sua città: "Milano è troppo arrabbiata e caotica, ma io non fuggo".

30/04/2009

Con Fabio Treves non ci si può che dare del tu. Il più noto bluesman milanese, e forse d'Italia, è arrivato alla soglia dei sessant'anni (li compirà a novembre) in ottima forma e con lo spirito giovanile di sempre. Armonicista e cantante, oltre che compositore, Fabio Treves è sulla scena con la sua omonima band (considerata la prima band blues della storia della musica italiana) ormai da trentacinque anni. Ha all'attivo una ventina di album e un incredibile curriculum di collaborazioni, molte delle quali con vere leggende del blues come Sunnyland Slim, Johnny Shines, Homesick James, Willie Mabon, Billy Branch, Dave Kelly, Paul Jones, Alexis Korner, Bob Margolin, Sam Lay, Louisiana Red, Pat Grover, Gordon Smith, Son Seals, Eddie Boyd, ma anche con notissimi musicisti e cantautori italiani tra cui Angelo Branduardi, Pierangelo Bertoli, Gianluca Grignani, Eugenio Finardi, Gatto Panceri, Francesco Baccini, Paolo Conte, Mina, Ivan Graziani, Marco Ferradini, Riccardo Cocciante. Tra tutti questi grandi nomi spicca però la collaborazione, datata 1988, con il mitico Frank Zappa al quale Treves, con i suoi baffoni, somiglia in modo sorprendente.Oggi Treves, oltre a suonare come sempre, conduce un bellissimo e molto seguito programma radiofonico di musica blues su Lifegate, tutti i giovedì sera.


Per mestiere Fabio Treves ha avuto modo di girare il mondo, ma la sua casa è sempre rimasta Milano, cui lo lega un amore incondizionato anche se non acritico. Non per niente il suo soprannome è sempre stato ed è tuttora "il Puma di Lambrate", dal quartiere dove è nato e cresciuto. Ed è al Puma di lambrate, prima ancora che al bluesman, che Milano Mag ha rivolto le sue domande.

 

 

Allora, Fabio, raccontaci il tuo rapporto con la città.
Mah, è un bel rapporto anche se si è un po' deteriorato, la città è cambiata molto negli anni, il traffico è cresciuto a dismisura. Ma Milano resta la mia città, e la amo come sempre.

 

Cosa ti piace di più di Milano?
Tante cose. Mi piace lo spirito positivo e pragmatico dei milanesi, che hanno il "diamoci da fare" nel dna. Mi piace lo sfottò bonario tra milanisti e interisti, mi piace molto il fatto che sia sempre stata, tutto sommato, una città aperta. Dopo la guerra, Milano è stata ricostruita dai milanesi e dai "terroni", insieme: allora a Milano non apparvero mai i famosi cartelli "non si affitta a merdionali" che apparvero in altre città. Milano non era una città razzista. "Milàn coeur in man" sarà anche una frase fatta, ma secondo me era vera. Dico era perché secondo me oggi si sta un po' perdendo la benevolenza.

 

Perché, secondo te?
Non saprei, per tante ragioni probabilmente. Il rapporto con gli immigrati extracomunitari in effetti è problematico, in certi casi. Alcune zone sono degradate e la gente rischia di avere forme sgradevoli di rigetto. Me ne accorgo in prima persona quando io che giro sempre in bici, quando non posso attraversare certe zone perché sono letteralmente tapezzate di cocci di bottiglie. Alcune comunità straniere hanno l'abitudine di ritrovarsi in strada, di eccedere con l'alcol e di lasciare tutto in condizioni pietose. Io mi arrabbio per queste cose e le sento come una mancanza di rispetto per la convivenza civile.

 

Vuoi dire che ci sono troppi extracomunitari a Milano?
No, affatto. Non dimenticare che io in fondo sono un vecchio hippie pacifista. Dico solo che tutti quanti dobbiamo fare uno sforzo di convivere in modo civile in questa città. Io, che sono un grande fan della bicicletta, mi incazzo se trovo la pista ciclabile piena di vetri rotti dagli ubriaconi del giorno prima. Non mi interessa se siano peruviani, ecuadoregni o brianzoli. Del resto, erano italiani quelli che per due volte mi hanno investito con l'automobile. Oggi giro molto meno in bici per Milano: non ho alcuna voglia di farmi asfaltare all'una di notte da un pazzo imbottito di coca o di anfetamine. Ecco, se c'è un aspetto che mi piace sempre meno di Milano è il consumo sempre più diffuso di droghe. E' un brutto segno.

 

Forse è anche il risultato di una città sempre più frenetica.
Hai detto bene, è una città sempre più frenetica. Troppo. Una cosa che trovo sconcertante - magari l'esempio sembrarà eccentrico, ma è significativo - è il cosiddetto shopping natalizio. Ogni anno cominicia un po' prima. Ormai da metà ottobre comincia la frenesia consumistica. La pulsione all'acquisto è quasi psicotica, dovremmo darci tutti una bella calmata.

 

Ma Milano non è sempre stata così?
No. E' sempre stata una città molto attiva, ma persino negli anni del boom era una città più rilassata di oggi. Da ragazzo giocavamo tutti a pallone per strada, oggi dove mai si vede una cosa del genere? "Mi raccomando, stai attento", mi diceva sempre mia madre, ma era un avviso rituale e generico. Di certo non intendeva attento alle auto. Un mio ricordo d'infanzia sono gli operai in giro in bici con la "schiscetta". Tutte cose che si sono perse nel tempo.

 

Tu ami la bici e hai un'anima ecologista. Come giudichi l'adozione dell'Ecopass?
Non sono un'esperto e la mia è solo un'opinione personale, ma penso che vada bene soltanto se non si riduce a un provvedimento che protegge il centro dove abitano i ricchi senza dare benefici ai quartieri periferici.

 

Tre parole per definire la tua Milano ideale.
Bella, aperta, verde. Sogno un parco in ogni quartiere, dove gli anziani possano giocare a bocce e i giovani divertirsi tranquillamente, luoghi protetti dall'inciviltà e dagli "sgarri" dei prepotenti. Sogno tanti giardini con tanti alberi, ma sarebbe già bello se si moltiplicassero i campi da bocce come quello che c'è in via Bacone.

 

Un'idea concreta che ti piacerebe vedere realizzata.
Una pista ciclabile da Sesto San Giovanni al Duomo. Un pista ciclabile vera, però: una via protetta dal traffico, pensata per le bici e per le famiglie.

 

Un musicista come te non può evitare un commento sul panorama musicale milanese.
Be', da questo punto di vista non ci si può lamentare. La situazione è buona, migliore rispetto a vent'anni fa. C'è molta offerta, ci sono molte buone scuole di musica, che è una cosa importante. Quello che non va è il costo dei biglietti degli spettacoli: è inconcepibile che un concerto di Leonard Cohen o di Tom Waits costi 150 euro! Non è giusto che certi artisti restino un privilegio per pochi eletti: il Comune di Milano dovrebbe inventarsi qualche forma di sovvenzione in modo da rendere più accessibili i prezzi, invece di promuovere certe cavolate di dubbio valore in piazza Duomo, con tanto di passaggi televisivi.

 

C'è a Milano qualche tuo "luogo del cuore" cui sei particolarmente affezionato?
Ce n'è più d'uno. Su tutti, direi il Parco Lambro. Quando ero ragazzino, ci si andava con la famiglia a fare il pic-nic: ricordo che si diceva "domani andiamo al Parco Lambro" come se si trattasse di una gita in campagna. E in effetti era proprio così, era una gita fuori porta, in aperta campagna, senza i palazzoni che adesso lo circondano. Il fiume era pulito, ci si pescavano le arborelle. E poi mi ricordo di aver ascoltato al Parco Lambro i comizi di Togliatti, e uno dei primi concerti di Celentano, cose che col tempo hanno assunto una dimensione storica. Ma anche la Darsena, dove si andava a "vedere le barche" che scaricavano la sabbia, è un luogo che ricordo con affetto.

 

Hai citato luoghi che non esistono più per come li descrivi.
E' vero, è un po' un "amarcord". Oggi, come ho detto, è più caotica, arrabbiata e piena di traffico. Se Milano è anche più brutta? Il traffico e l'inquinamento rappresentano un peggioramento, è inevitabile. Dal punto di vista estetico diciamo che certe cose potrebbero essere fatte con maggiore buon gusto: ci penso per esempio a quando vedo, accanto al Parco Sempione, quel brutto ammasso di cemento che è la nuova scuola tedesca. Io però non sono uno di quelli che si lamentano e che vogliono fuggire. Io mi tengo Milano. Resto a Milano, per cambiarla in meglio. E poi Milano, anche oggi, ha una bellezza tutta sua. A volte quando in via Venini, dove abito, vedo passare certi vecchi tram cigolanti, magari in mezzo alla nebbia, ecco, in quei tram arancioni c'è una poesia che non so spiegare, che mi dà quasi il magone.



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