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Cinema-Milano: Gran Torino, piccolo capolavoro

Gran Torino, un razzista alla prese coi vicini coreani: ancora un gran film di Clint Eastwood

05/04/2009

Clint non perde un colpo: ogni cosa che tocca diventa oro. Il settantenne Eastwood dimostra più energia creativa di tanti giovani registi, soprattutto nostrani, incapaci di partorire qualcosa di più potente delle solite storie minimaliste e generazionali. E dire che Gran Torino, l'ultima sua fatica, avrebbe tutto per essere un film "minore". Non racconta momenti epocali, non possiede la forza oscura e inesorabile da tragedia greca di Mystic River o di Million Dollar Baby: eppure Eastwood riesce a confezionare un piccolo gioiello a partire da una storia semplice, quasi banale. Ormai la parola capolavoro viene spesa con una certa generosità, ma per l'Eastwood regista degli ultimi anni è spesa bene, e se questo Gran Torino non è anch'esso un piccolo capolavoro, beh, diciamolo onestamente: il novantanove per cento dei film in sala non vale il prezzo del biglietto. Gran Torino è il nome del modello della Ford che lo scontroso Walt Kowalski (impersonato dallo stesso Clint Eastwood) custodisce gelosamente in garage, lucida e perfettamente funzionante, ma mai utilizzata. Pensionato e da poco vedovo, Kowalski passa le giornate sulla veranda di casa in compagnia del vecchio cane, di una cassa di birra e di un pacchetto di sigarette fumate in continuazione. La caustica scontrosità di Kowalski non risparmia niente e nessuno, né le notizie del giornale, né le prediche del giovane parroco che cerca inutilmente di estorcerli una cristiana confessione, né i figli che vorrebbero vendere la sua casa e mandarlo in un ospizio di lusso, né i vicini coreani, "musi gialli" che Kowalski disprezza apertamente. Lui, reduce della guerra di Corea, si ritrova ora unico bianco in un quartiere diventato quasi interamante coreano, e ciò non fa che esasperare il suo ruvido razzismo.

 

Gran Torino è stato superficialmente etichettato come un film contro l'intolleranza razziale. In effetti Kowalski finirà, in modo sorprendente e imprevisto, per diventare protettore e amico dei vicini e maestro di vita per un giovane adolescente coreano (e il destino gli riserverà una redenzione finale drammatica ma foriera di ironiche conseguenze). Ma Eastwood vola sempre a quote più alte, superiori a qualsiasi forma di moralismo: non gli interessa lanciare "messaggi" politicamente corretti, ma toccare certe corde che hanno a che fare col cuore e l'anima dell'uomo, col suo destino e col senso del suo stare al mondo. C'è una forte tensione morale anche in Gran Torino e una sotterranea riflessione su cosa sia la giustizia (anche se Kowalski non va troppo per il sottile quando c'è da riparare qualche torto), ma Eastwood è troppo intelligente per fare dei film a tesi. Eastwood riesce a trattare grandi temi - la colpa, il perdono, l'espiazione - raccontando una piccola storia. Lo fa con tocco leggero e senza alcun intento didascalico, come solo i grandi sanno fare. La verità è che Gran Torino è, prima di ogni altra cosa, un film sull'incontro e sull'imprevisto, sulla meravigliosa e tragica imprevedibilità degli incontri umani, e degli universi che questi dischiudono. Da non perdere.


A Milano ai cinema: Anteo, Apollo, Arcobaleno, Colosseo, Ducale, UCI Bicocca, UCI Certosa

 

Gran Torino

 

 



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