Cinema-Milano: Gli amici del Bar MargheritaPupi Avati firma una commedia nostalgica nella Bologna degli anni '50. Ma il risultato è deludente. 08/04/2009
Gli amici del Margherita è una commedia tutto sommato piacevole ma leggera. Molto leggera. Troppo. L'intera filmografia di Pupi Avati potrebbe essere classificata come un'unica, grande "operazione-nostalgia". Persino nei suoi film più sganciati dal ricordo personale, come Magnificat, si avverte lo sguardo indulgente verso un passato descritto sempre con una punta di rimpianto. La dimensione provinciale e un certo passatismo nostalgico sono la sua cifra stilistica, ne rappresentano il suo pricipale punto di forza ma anche il suo più grande limite. Gran parte delle sue opere sono leggibili come una variazione sul tema della nostalgia. Anche di Fellini si potrebbe dire un po' la stessa cosa, ma il talento poetico e visionario di quest'ultimo erano anni luce più avanti di quello di Avati. Nel regista bolognese non c'è la capacità di trasfigurare il passato in qualcosa che non sia un ritrattino edulcorato ed agiografico. L'ultimo suo film, Gli amici del Bar Margherita, ne è l'esempio lampante.
Siamo nella Bologna del 1954 (ricostruita per l'occasione sotto i portici della città di Cuneo). Taddeo, un ragazzo di 18 anni, sogna di diventare un frequentatore del mitico Bar Margherita che si trova proprio sotto i portici davanti a casa sua. Ma il bar è mitico (anzi, mitologico) solo nella fantasia di Avati. I pittoreschi frequentatori del Bar Margherita sono poco più che macchiette appena abbozzate, senza alcuna profondità psicologica: puro pretesto per una rievocazione stilizzata e calligrafica dei bei tempi andati e un omaggio all'amicizia virile. Il titolo del film è già tutto un programma. C'è chi l'ha definito un Amarcord in salsa Amici miei, e forse era proprio questa l'intenzione di Pupi Avati. Ma tra l'intenzione e l'esito c'è un abisso che richiede, per essere colmato, di un talento narrativo che Avati non possiede. Gli amici del Bar Margherita non è nemmeno una storia, ma una serie di storielle senza spessore tenute faticosamente assieme dalla voce narrante del protagonista. Gli improbabili personaggi (il siciliano ninfomane, l'antennista con aspirazioni da cantante, il playboy di quartiere che si sposa per divorziare, il timido un po' scemo) sono simpatici e anche molto ben interpretati, ma restano macchiette le cui vicende coinvolgono poco, strappano qualche sorriso e nessuna risata.
In più di un caso Avati ha scelto di rifugiarsi, con le sue storie, in passati sufficientemente lontani da poter essere osservati con sguardo indulgente e compiaciuto. Non è un reato, a dire il vero. E forse sii dirà che pretendiamo troppo da una commedia. Ma nessuno chiede ad Avati di fare il Ken Loach: stupisce però che la sua continua fuga dal presente produca assai di rado un linguaggio universale. Il rifiuto del contingente non dà vita a un cinema senza tempo, il che sarebbe il più grande degli elogi, ma semplicemete all'elegia (a volte riuscita, a volte un po' stucchevole, sempre molto individuale) del tempo che fu. Diciamola tutta: il cinema di Avati sembra costituzionalmente incapace di prendersi dei rischi e di giocare con materia prima un po' più universale e scottante dei suoi personali ricordi di giovinezza.
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