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Cinema-Milano: A serious man

Nonostante le apparenze, dietro lo humour grottesco dei fratelli Coen si cela un film radicalmente disperato. Da vedere, anche se nega allo spettatore facili consolazioni.

22/12/2009

A Serious Man è il quattordicesimo film dei fratelli Coen, forse il più disperato di tutti. E' un'affermazione che può sembrare molto azzardata sia in assoluto sia al paragone di opere come Fargo o come il più recente Non è un paese per vecchi. Ma si potrebbe dire che persino la violenza più folle riesca a dare una parvenza di senso a confronto del vortice impalpabile e nichilista che sembra travolgere il povero Larry Gopnik, il "serious man" del titolo. Gopnik è un professore universitario ebreo in attesa di una promozione che non arriva mai, un uomo serio e onesto, morale e normale.

 

Eppure il mondo gli si sgretola lentamente attorno e tutto sembra sul punto di precipitare. I figli non lo rispettano e gli fregano i soldi dal portafoglio, la moglie gli chiede con insistenza il divorzio perché gli preferisce un amico più "uomo", il vicino di casa accampa pretese sulla sua proprietà, il fratello mezzo matto che ospita in casa non si decide a trovarsi una sistemazione e anzi si mette nei guai con la legge, un alunno che pretende la sufficienza lo ricatta e lo minaccia, un anonimo manda lettere diffamatorie al consiglio di facoltà che dovrebbe promuoverlo.

 

"A serious man" racconta le sofferenze di questo moderno Giobbe del Mid-West americano, che affronta le difficoltà con rassegnazione quasi irritante e accetta senza commenti i consigli inutili di rabbini sciocchi e incompetenti. Un pubblico abituato ad un cinema concepito come puro intrattenimento lo troverà forse inconcludente: la catastrofe finale verso la quale tutto sembra precipitare non c'è, o se c'è è solo inutuita, preannunciata ma non vista come l'uragano dell'interlocutorio finale. Lo spettatore si aspetta un moto di ribellione, un imprevisto che ribalti il corso delle cose: non sarà accontentato.

 

I fratelli Coen dicono che questo è il loro film più autobiografico: «Anche se Gopnik è un personaggio inventato, ci siamo ispirati a persone che conoscevamo bene da piccoli: non è un caso che il protagonista sia un professore universitario come i nostri genitori. Ed è un padre ebreo di mezz' età che vive in una comunità piuttosto simile a quella nella quale siamo cresciuti: lui vorrebbe semplicemente mandare avanti la baracca e non riesce a credere che qualcuno o qualche cosa stia rovinando tutto». Il film dei Coen dipinge senza indulgenza una comunità ebraica in cui riti religiosi e senso di appartenenza culturale sono paraventi dietro ai quali si celano meschinità e piccolezze.

 

C'è tuttavia qualcosa, in "A serious man", che trascende le circostanze e si fa, forse involontariamente, racconto metafisico sul non-senso della vita. Lo humour grottesco dei Coen non è messo al servizio di una risata liberatoria, ma anzi, quanto più i due registi vi attingono tanto più si inspessisce un'atmosfera di minaccia latente che mette a disagio. Il fatto che tutto questo si dipani nella assurda ma in fondo semplice e mai apertamente tragica quotidianità di Gopnik non fa altro che rafforzare il senso di straniamento. Se si può parlare di film disperato è proprio perché i Coen sembrano dirci che l'assurdo è dietro l'angolo, nella vita di tutti i giorni, e che dietro il sorriso più innocente può nascondersi un colpo basso. E ce lo dicono senza offrirci, nemmeno in un singolo fotogramma, un appiglio di speranza. Non una morale, ma nemmeno una risata consolatoria. Non una redenzione, ma nemmeno una tragedia purificatrice. Solo un uragano all'orizzonte.

 

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A serious man



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