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Agostinelli (SEL): recuperare una vera cultura industriale

"Smontiamo il mito dell'eccellenza lombarda. La sanità? Svenduto un patrimonio collettivo accumulato negli anni."

24/03/2010

Mario Agostinelli è consigliere regionale uscente. Eletto come indipendente nelle liste di Rifondazione Comunista, di cui è stato capogruppo, nel 2009 ha aderito a Sinistra Ecologia Libertà, la formazione politica che ha in Nichi Vendola il suo leader nazionale. Agostinelli, che in passato è stato anche segretario regionale della CGIL, si schiera così all'interno della coalizione che sosterrà Filippo Penati come candidato presidente. Agostinelli non ha però esitazioni nel dire che avrebbe preferito che nella coalizione ci fosse anche Rifondazione. Milano Mag lo ha intervistato in vista delle prossime elezioni regionali.

Lei è stato tra i più duri oppositori della giunta Formigoni. Che valutazione dà del lavoro svolto come consigliere regionale?
Credo di aver fatto un lavoro utile. E' stata un'esperienza importante, dalla quale ho anche imparato molto. Penso di aver portato avanti una critica coerente al "modello Formigoni". Se devo attribuirmi un merito, credo di aver fatto passare in consiglio una "narrazione alternativa" a quel modello e a come esso viene propagandato.

Che ne pensa dell'esclusione di Rifondazione dalla coalizione del centrosinistra?
Anche se ci sono, come è normale, punti di vista non sempre coincidenti su alcune questioni, io ho scelto consapevolmente di sostenere Penati. Ma in tutta franchezza penso che sia sbagliato che Rifondazione non sia con noi a fronteggiare il centrodestra.

Lei parla di una narrazione alternativa del modello Formigoni. Cosa intende esattamente?
Che bisogna smontare il mito artificioso e propagandistico dell'eccellenza lombarda, della sussidiarietà, del modello formigoniano.

Prendiamo il fiore all'occhiello della giunta Formigoni, la sanità.
Non facciamoci abbagliare dalla propaganda e ricordiamo che la sanità lombarda era all'avanguardia in Italia anche prima che arrivasse Formigoni.  Formigoni ha ereditato un sistema sanitario pubblico efficiente. Si trattava di un patrimonio collettivo fatto di ospedali, ma anche di diritti, conquistati con la lotta dei lavoratori nei decenni passati. La tanto declamata sussidiarietà non è stata altro che una clamorosa svendita di questo patrimonio. Non ha creato ricchezza collettiva, ma ha distrutto o redistribuito quella già accumulata. Già questo ci basta per guardare la sanità lombarda da una prospettiva un po' diversa. Se poi vogliano guardare a fondo, crolla anche la propopaganda sull'eccellenza.

Vuol dire che la sanità lombarda non è così eccellente?
Dico che lo è meno di quel che vogliono farci credere. Secondo i parametri QUARS (un indicatore alternativo dello sviluppo regionale) la sanità lombarda è solo al settimo posto in Italia. Questo perché è un sistema molto sbilanciato sulla cura, ma molto deficitario per ciò che riguarda prevenzione e assistenza territoriale. Una famiglia con un malato di Alzheimer è abbandonata a se stessa, anche dal punto di vista finanziario. Gli ospedali funzionano molto bene, e lo dimostrano i tassi di mortalità per patologia che sono tra i più bassi: ciò vuol dire che, nel momento in cui sono ammalato, in Lombardia vengo curato molto bene. Ma c'è un tasso molto alto di patologie diffuse a causa della mancata prevenzione, che deriva anche dal mancato raccordo tra medico di famiglia e ospedali: patologie cardiocircolatorie, asma, tumori.

Non salva nulla di ciò che ha prodotto la gestione di Formigoni?
Nella sanità è stato fatto un buon lavoro di riorganizzazione di alcuni settori, per esempio quello di oncologia. Riconosco poi che l'amministrazione si è dotata di strumenti avanzati di monitoraggio, anche attraverso alcuni enti strumentali. La mia non è una opposizione preconcetta, ma devo dire che nel complesso il modello di sussidiarietà portato avanti in questi anni è stato una iattura per la Lombardia. Ci vuole un paraocchi ideologico per negare l'evidenza di certe storture: gli scandali nella sanità non sono episodici, ma la conseguenza fisiologica di un sistema che rimborsa le prestazioni private con soldi pubblici senza controlli adeguati. Non a caso gli scandali sono sempre legati ai soldi.

C'è quindi una questione morale in Lombardia?

E' innegabile. Ed è grave è il silenzio con cui Formigoni accoglie le notizie che vedono pesantemente sospettati corruzione personaggi a lui vicini, o addirittura suoi assessori. Prosperini è finito in galera, aveva cinque società off-shore, prendeva mazzette ed ora è perfino accusato di traffico d'armi con il regime dittatoriale dell'Eritrea. Formigoni gli ha espresso soldiarietà. C'è stato lo scandalo Oil for Food, gli scandali dalla sanità, il caso gravissimo delle bonifiche. Fra un po' scoppierà quello dei mondiali di ciclismo di Varese. C'è come minimo una colpevole disinvoltura nell'uso del ruolo e dei soldi pubblici. Ma è il sistema che non funziona, e fa danni strutturali a prescindere dagli episodi di corruzione.

In che senso?

Il sistema della sussidiarietà ha finito per essere un sistema di trasferimento di soldi pubblici a lobby private. Il ruolo della Compagnia delle Opere è noto a tutti: non è un'iniziativa sociale che viene dal basso, ma una lobby economica che funziona grazie ai soldi pubblici che le arrivano dall'alto. Poi ci sono i privilegi alle scuole private. Ma le storture si riflettono anche nella totale assenza di una politica industriale: visto come funziona il sistema sanitario lombardo, tutti i maggiori industriali sono entrati nel business degli ospedali. Per i grandi industriali è più conveniente investire negli ospedali che nell'industria!

Lei ha sempre insistito molto sulla presunta mancanza di cultura industriale della giunta Formigoni.

E' una mancanza evidente, clamorosa e imperdonabile. Su ricerca e innovazione la giunta racconta delle balle spaventose: non c'è alcuna strategia per i settori maturi e la spesa per la ricerca è in continuo calo, la Lombardia è scesa dal 7° al 14° posto nella classifica delle regioni italiane. Non c'è nessuna strategia alternativa sul futuro industriale della regione: in Lombardia ci sono 26 milioni di metri quadri di aree in via di dismissione. In alcuni casi le aree ospitavano un'industria molto energivora, come nel caso della Dalmine o dell'Alfa di Arese. Su quest'ultima si è persa un'occasione storica di riconversione industriale che avrebbe da un lato salvato migliaia di posti di lavoro e dall'altro aperto spazi a produzioni innovative nell'ambito dell'energie alternative. C'era un accurato studio cui aveva collaborato il premio nobel Carlo Rubbia sul polo dell'auto all'idrogeno, un'idea che prima Formigoni ha venduto ai giornali e poi ha affossato. Oggi ad Arese vince il modello speculativo: villette a schiera e centro commerciale. Un modello distruttivo.

Qual è invece la sua ricetta?
Nel caso di Arese era proprio il piano che è stato insabbiato: avrebbe dato lavoro a 7500 persone. Più in generale avrei puntato, invece di distribuire piccole sovvenzioni a pioggia, a sostenere alcuni settori innovativi come le energie alternative che in paesi come Austria e Germania sono stati un volano di sviluppo per l'industria dei pannelli solari, ma anche dei sistemi informatici e dei servizi collegati. Sarebbe vitale investire in forme di trasporto collettivo non inquinante sia tradizionale (ferrovie) sia innovative (idrogeno): genererebbe un indotto notevole contribuendo alla qualità dell'ambiente e del traffico (la Lombardia è una regione ingolfata dalle auto). Ancora più in generale, il mio programma politico punta su una ripresa del ruolo pubblico: nella scuola, nella sanità, nella gestione dell'acqua.

A proposito di acqua e di ambiente, lei si è fatto promotore di una legge a tutela del fiume Lambro. Di che si tratta?
Ci sono indizi che il disastro del Lambro sia stato doloso. La mia proposta ricalca lo spirito della legge sugli incendi boschivi e prevede il divieto di nuove costruzioni nelle aree in cui è occorso un disastro ambientale. In realtà io propongo, come argine alla speculazione edilizia, che tutta l'area del fiume, fino a 30 metri dalla riva, venga dichiarata non edificabile. L'ambiente è un altro fronte su cui fare molto: per esempio l'Expo 2015 rischia di essere un pretesto per cementificare mentre è una splendida occasione per darsi obiettivi di riconversione. Milano oggi produce un quinto della CO2 dell'intero paese. L'Unione europea ha lanciato la strategia Eu2020, che prevede la riduzione delle emissioni del 20% e ha lanciato un programma che finanziarà 30 citta europee che si impegnano ad "anticipare il futuro" dandosi l'obiettivo più ambizioso di ridurle del 40% in dieci anni. Io propongo che in concomitanza dell'Expo 2015 (e in corenza con il suo tema) Milano si candidi ad entrare nella lista di queste trenta città all'avanguardia in Europa.



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limerick - 26/03/2010 13:27:27
grande ago
 

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