25 Aprile: festa della Liberazione, festa di tuttiPerché l'il 25 Aprile sia la festa di tutti gli italiani bisogna parteciparvi. Per questo Formigoni ha fatto bene ad esserci, e la Moratti male a disertarla. 26/04/2009
25 Aprile: anche questa volta, come succede da qualche anno a questa parte, la Festa della Liberazione è stata, prima ancora che una festa, l'ennesima occasione di piccole o grandi schermaglie politiche. Il sindaco Moratti, per il secondo anno consecutivo, ha deciso di non presenziare alle celebrazioni di piazza del Duomo. Diciamolo subito: qualunque siano le motivazioni di questa scelta, sono sbagliate. Così come è da applaudire la decisione del governatore della Lombardia Formigoni di essere presente sul palco. Anche in questo caso, qualunque siano state le sue ragioni, ha fatto bene ad esserci.
Milano, non è retorico ricordarlo, è città medaglia d'oro della Resistenza. Resistenza: ecco la parolina incriminata, quella che una volta spalancava le porte della rispettabilità civile e politica e oggi, incredibile paradosso della storia, rischia rovesciarsi nel suo contrario. Inutile girare attorno al problema: quindici anni fa l'arrivo al governo dei post-fascisti del Msi ha cambiato le carte in tavola. Se il Pci, volente o nolente, ha attraversato una drammatica fase di travaglio interno e di autocritica politica fortissima, gli eredi del fascismo sono giunti al potere al traino di Berlusconi risparmiandosi autocritiche troppo approfondite o dolorose. Da allora si è spezzato un equilibrio, che solo oggi ha forse qualche speranza di ricomporsi grazie alla responsabilità politica e istituzionale di cui sta dando prova Gianfranco Fini. Non è un caso che da quindici anni a questa parte il 25 Aprile sia diventato causa di divisione invece che di unità nazionale. Si dirà: la sinistra ha, nel corso degli anni, monopolizzato la festa facendola diventare una manifestazione di parte. Non è vero. E se anche lo fosse, la responsabilità di ciò è di chi questa festa di unità nazionale l'ha sistematicamente disertata, o, peggio delegittimata.
Nella prima repubblica, tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista la delegitimazione morale reciproca era forte, tanto da generare ferocissimi scambi di accuse, ma mai al di fuori di un reciproco riconoscimento di fondo. La Repubblica italiana, la democrazia costituzionale, era un prodotto della Resistenza contro la dittatura fascista e l'occupazione nazista - nessuno ha mai osato metterlo in dubbio. E la Resistenza è stata laica, liberale, azionista, socialista, cattolica, repubblicana, monarchica... e comunista. C'è ancora bisogno di ripeterselo? Evidentemente sì. Essa è un patrimonio comune di tutti gli italiani. Chi, poi, dice che il 25 Aprile non ha più senso perché è ormai è tempo di pacificazione manca, nel migliore dei casi, di senso della storia. Ma il più delle volte si tratta di revanscismo travestito da revisionismo. C'è ancora chi è incapace di riconoscere che la democrazia in cui viviamo è anche (e per quel che riguarda la resistenza partigiana, soprattutto) un prodotto del comunismo italiano, e tenta di ridurre la Resistenza a una guerra civile in cui alla fine la parte dei cattivi toccherebbe ai partigiani e quella dei buoni (o dei giovani innocenti e in buonafede) ai repubblichini. Un assurdo storico e politico che nulla a che fare con il doveroso riconoscimento degli eccessi dei partigiani comunisti dopo la liberazione e con il riconoscimento della buonafede personale di molti combattenti della Repubblica di Salò. E poi ci si dimentica troppo facilmente che la pacificazione c'è già stata, sessantaquattro anni fa. Ci fu un'amplissima amnistia e il riconoscimento all'interno dell'arco costituzionale di un partito erede riconosciuto dei valori fascisti. Un partito che grazie alla libertà democratiche di cui ha goduto è riuscito ad andare al potere prima degli stessi comunisti, che per quelle libertà (nonostante tutti i processi alle intenzioni che si cercano di imbastire) avevano lottato accanto agli alleati anglo-americani e che al potere ci sono finiti quando comunisti non erano già più.
E' anche vero, per restare a questo 25 Aprile 2009, che l'intervento del presidente della Lombardia Formigoni è stato fischiato e contestato da molti. Si tratta di una spiacevole forma di intolleranza che fornisce un comodo alibi chi vuole svuotere di significato questa festa nazionale. Bisognerà sempre stigmatizzare queste contestazioni, ma non si può nemmeno pensare che sia il popolo che scende in piazza a farsi carico di spezzare il circolo vizioso. Ha ragione infatti chi ricorda che il 25 Aprile non è Ferragosto. E' la festa di tutti gli italiani non e occorrono patenti per parteciparvi. Ma occorre, questo sì, una scelta di campo, cioè un’adesione ai principi e ai valori dell’antifascismo. Le contestazioni sono una forma espressiva della democrazia e non colpiscono in virtù del colore politico, ma dalla sincerità percepita dell'adesione a quei valori e alla festa che li celebra. Il modo migliore per metterle a tacere è dimostrare che che la partecipazione non è sporadica e interessata. La destra liberale in Italia e a Milano è maggioranza: se i partiti che la rappresentano temono una monopolizzazione del 25 Aprile da parte della sinistra, non hanno che da incoraggiare anch'essi una partecipazione popolare e di chiedere ai propri sostenitori di scendere anch'essi in piazza a festeggiare. Questo sì sarebbe un passo importante verso una forma di riconciliazione nazionale, non certo una nichilistica e indistinta equiparazione di torti e ragioni. La retorica antifascista è fisiologicamente destinata ad affievolirsi man mano che il 1945 si allontana nel tempo. Ma questo non autorizza a ribaltare il senso della festa della liberazione, anzi. Sta a tutte le forze politiche e sociali farne un momento di festa collettiva, simile a quello che è il 14 luglio per la Francia.
Se il sindaco di Milano, città medaglia d'oro della Resistenza, invece di riempire piazza del Duomo di bandiere tricolore e di invitare tutta la cittadinanza a festeggiare la ricorrenza della liberazione dal nazifascismo, preferisce autorizzare l'apertura dei negozi con la scusa del Salone del mobile, snobbare le celebrazioni e starsene a casa, ebbene, non crolla il mondo: ma si tratta di un'occasione mancata. Peccato.
Valentino Necco
Vuoi collaborare con MILANOMAG.IT? mandaci un tuo articolo a redazione@milanomag.it e se ritenuto interessante verra' pubblicato Commenta l'ArticoloT.C. - 29/04/2009 12:48:43ammesso e non concesso che abbia un senso tutta questa accozzaglia di stupidaggini (delle lattine e della sporcizia chieda conto al solne del mobile), di luoghi comuni (l'invidia e il livore negli occhi... invece il tono con cui parla lei è sereno e pacato, vero?), di frasi sconnesse e sgrammaticate (cosa sono i "branchi di folla"? :-), ebbene, cosa c'entra col 25 aprile??? silvia - 29/04/2009 10:57:26 ho assistito alla sfilata del 25 aprile per la prima volta e ho visto schiere di ragazzi esaltati, persone piene di arroganza , branchi di folla pronta a prendere fuoco alla minima idea diversa dalla loro, non parliamo del fine corteo : una marea di sporcizia nella strada ... lattine , bottiglie , cartacce e chi più ne ha più ne metta ... se questo è la loro idea di libertà ... meglio mandarli a fare lavori socialmente utili . come pulire le strade che loro stessi hanno imbrattato ... per fortuna ci sono le forze dell'ordine e anche una buona fetta di gente dal comportamento coerente con i propri ideali... per i comunisti libertà di pensiero è una profanazione al loro modo di pensare e ordine e disciplina fascismo ... premetto che non sono ne di destra , ne di sinistra , ma l'invidia , il livore, la frustrazione che vedo nei loro ochhi nelle altre corporazioni politiche non li vedo ... grazie dello spazio |
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